Il Castello di San Pelagio sorge ad inglobare gli edifici cinquecenteschi, appartenuti alla famiglia dei Sant’Uliana, a loro volta eretti presso i resti di un castello trecentesco di cui rimane traccia nel volume della torre merlata e in quello alla sua destra.
Gli estimi riportano al 1544 una proprietà di Zuane Sant’Uliana di “campi 190 et una casa con tema, orto, ara e crolli e altre sue habentie e pertinenze e campi 7 e un corsivo da lavoratori pol esser campi tre e altri 98 altrove”.
Al di là di tracce all’interno delle strutture murarie, di tali edifici resta ben poco e gli odierni fabbricati risalgono al Settecento, epoca in cui la proprietà dei Sant’Uliana viene acquisita dai conti Zaborra, con il cui nome viene altresì chiamato il complesso.
Il fronte verso la strada è costituito da un corpo lungo circa 90 metri, con la torre trecentesca in posizione mediana rispetto a due ali simmetriche, di due piani, che terminano con il fianco di due corpi di fabbrica posti ortogonalmente al lungo volume. Il fronte è scandito da una sequenza di finestre rettangolari, con cornici sormontate al piano terra da una decorazione a timpano triangolare o a semiarco. I due volumi di testa, simili, presentano al pian terreno un portale con ampio fornice a pieno centro, tra semicolonne laterali che sostengono architrave e timpano con segmenti decorati a dentelli.
La torre, a pianta rettangolare, si sviluppa per un’altezza di circa 25,85 m. Essa presenta, al piano terra, un portale archivoltato, decorato da un mascherone in chiave e affiancato da due semicolonne, tutto su alto basamento. L’architrave sostiene una balconata su cui affaccia un’ampia finestra. Da qui la torre si alza per altri tre livelli fino al piano della copertura, aggettante su archi di sostegno con caditoie e coronato dalla merlatura ghibellina a coda di rondine, che culmina nella lanterna centrale.
Il volume che funge da “testa” a destra del fronte presenta, volto a nord, un portico a cinque arcate con sesto ribassato su colonnine, cui segue un corpo più arretrato rispetto alla facciata e sviluppato a “L”, che comprendeva in origine i depositi per le attrezzature agricole, nel tratto aperto al piano terra verso la corte interna, con un porticato a sette fornici a tutto sesto, e con gli alloggi per i braccianti nel corpo collegato.
Sempre verso il giardino, un volume aggettante, che culmina in una copertura timpanata, è addossato alla torre e ne copre l’originaria struttura. A seguire, nel fronte verso l’interno, il volume a sinistra è arretrato rispetto al corrispondente profilo di destra, semplicemente aperto in finestre con cornice simmetricamente posizionate. Simili forature si presentano nel corpo che chiude la corte verso sud. Al di là di questo si apre il “giardino segreto”, chiuso verso la strada dalla cappella e circondato da un alto muro. All’interno, contornata da preziose essenze, si apre la vasca termale. Gli spazi verdi che circondano il complesso si articolano inoltre in un “giardino delle rose”, in una vasca delle ninfee, in un’area su cui sorgono carpini centenari, in due labirinti, in una peschiera e una ghiacciaia.
La cappellina, aperta verso l’esterno, ha la facciata definita da due lesene, con capitello ionico, con soprastante trabeazione modanata e timpano triangolare.
Nell’estate del 1917, il Castello di San Pelagio diventa un punto strategico nel contesto della Grande Guerra. La famiglia Zaborra sottoscrive un contratto d’affitto con l’esercito italiano per la realizzazione di un campo di volo e l’occupazione di una parte della villa. Gli appartamenti al primo piano, in particolare, diventano dimora del maggiore Gabriele d’Annunzio. Proprio dal Castello di San Pelagio, il 9 agosto 1918, il maggiore D’Annunzio decolla insieme ai suoi fedelissimi per il memorabile volo su Vienna: una missione propagandistica senza scopi di offesa, con l’obiettivo di lanciare migliaia di volantini allo scopo di invitare i cittadini della capitale asburgica alla resa. Il racconto di quegli eventi è centrale nell’idea di trasformare Villa Zaborra in museo. Nel 1976 inizia il restauro della struttura e nel 1980 apre al pubblico il Museo del Volo. Le grandi sale, un tempo abitate, presentano oggi al pubblico preziosi modelli di macchine volanti, divise storiche, cimeli aeronautici, che raccontano la storia del volo e del raid su Vienna di Gabriele d’Annunzio.
L’iniziativa legislativa di cui all’art. 1, commi da 219 a 224 della legge 27 dicembre 2019, n. 160 (Legge di bilancio 2020) ha offerto un’importante occasione per il restauro delle facciate esterne del Castello di San Pelagio, notevole complesso dal valore storico-artistico notificato e preziosa testimonianza legata all’epico volo su Vienna di Gabriele D’Annunzio.
L’intervento è stato diversamente concepito sulle facciate oggetto di restauro. Il fronte verso la strada, costituito da un corpo lungo circa 90 metri con la torre trecentesca in posizione mediana rispetto a due ali simmetriche, presentava ante operam un paramento murario in mattoni facciavista, con pochi lacerti di intonaco nella porzione superiore, sottogronda. Atteso che tale aspetto era oramai storicizzato ed elemento distintivo del fronte principale del bene culturale, la linea progettuale scelta e verificata con l’organo di tutela è stata quella di mantenere in vista i mattoni, limitando l’intervento alla rimozione della microvegetazione, macchie e incrostazioni presenti, a scuci-cuci mirati, alla stilatura dei giunti e alla protezione dell’intera superficie. Le parti lapidee e i lacerti di intonaco sono stati trattati con analogo intento conservativo.
L'imponente torre trecentesca, in posizione mediana, è stato oggetto di separato intervento di restauro a cura del Comune.
La facciata Nord-Ovest, da cui attualmente si accede al bel Museo dell’Aria, essendo anch’essa in mattoni facciavista, è stata oggetto di un intervento analogo a quello previsto per il fronte principale.
Quanto alla chiesetta e al fronte del corpo collegato, questi risultavano ante operam ricoperti da un intonaco di colore chiaro, con diversi gradi di copertura. Gli elementi di degrado si identificavano con una parziale scomparsa di strati superficiali di intonaco, più o meno accentuata, con la crescita di microvegetazione in diversi punti e con scagliature ed erosioni degli elementi in pietra. Si è proceduto al prelievo di campioni di intonaco, su cui sono state condotte analisi, allo scopo di caratterizzare l’impasto della malta. I risultati hanno evidenziato come i campioni di intonaco presentassero un legante a base di calce aerea poco cotta e quindi con presenza di granuli di incotto, mentre l’aggregato risulti costituito da una sabbia di fiume moderatamente selezionata a granulometria prevalente compresa tra 1 e 0.25 mm, con rapporto legante/aggregato 1:2. L’intonaco presente è stato consolidato e protetto, con integrazioni a sagramatura nelle parti mancanti, al fine di dare unità di lettura alla superficie.
L’intero intervento si è svolto sotto la sorveglianza della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Belluno, Padova e Treviso.
Immagine di copertina: courtesy Marco Antonello
2021
Due Carrare (PD)
Museo
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Realizzato